Maldive, “Lieti di aver aiutato, le famiglie trovino pace”: parlano i supereroi finlandesi. Anche sulle possibili cause dell’incidente

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Maldive, “Lieti di aver aiutato, le famiglie trovino pace”: parlano i supereroi finlandesi. Anche sulle possibili cause dell’incidente

ROMA – “Siamo lieti di aver aiutato, ora speriamo che le famiglie possano trovare pace”: sono di poche parole Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, i tre sub-speleologi finlandesi che hanno concluso oggi alle Maldive la missione di recupero degli italiani morti nella ‘grotta degli squali’, a 60 metri di profondità nell’Atollo Vaavu, durate una missione subacquea.

DAI FONDALI NORDICI AGLI ABISSI DELL’OCEANO INDIANO

Abituati ai silenzi degli abissi marini, non sono forse a loro agio di fronte alle numerose domande dei cronisti che li hanno avvicinati oggi, mercoledì 20 maggio, a fine operazione. Né, come spiegano, hanno familiarità con le alte temperature, anche nelle acque dell’oceano indiano: “Siamo abituati a muoverci nei fondali nordici”, ammettono. Tutti e tre, due uomini e una donna, sono decisamente dei supereroi contemporanei: sommozzatori altamente specializzati in grado di esplorare ambienti sommersi inaccessibili, come grotte, cavità marine e miniere allagate. Mel 2018 hanno partecipato al salvataggio dei dodici ragazzini intrappolati in una caverna in Thailandia che aveva lasciato il mondo senza fiato. Nei loro profili social è possibile ammirare le imprese compiute tra relitti, fondali e grotte alla “ventimila leghe sotto i mari”: immagini decisamente spettacolari, ma anche un po’ terrificanti.

“CI HANNO CHIESTO AIUTO E ABBIAMO ACCETTATO”

A parlare per primo è il capo team, Sami Paakkarines. “Non posso dire che si è trattato di lavoro semplice per noi”, ammette. “Siamo stati invitati a intervenire da Dan Europe (Ndr: rete internazionale che si occupa sicurezza subacquea) e dall’Ambasciata italiana, abbiamo accettato e siamo lieti di aver aiutato”, risponde Sami alla prima domanda. “Noi volevamo aiutare- riprende il discorso il capo team- ci siamo trovati in una situazione simile 10 anni fa in Norvegia, quando dei notsri amici sono stati lasciati in una grotta e siamo stati capaci di recuperarli”.

LA SFIDA

A chi chiede quale siano state le sfide incontrate in questa missione, il capo team è deciso: “La profondità è stata uno dei problemi, si parla di 60 metri, quindi è stata un’immersione in profondità, poi si trattava di muoversi nelle grotte e se combinato questo con le forti correnti, diciamo che sono stati un mix di elementi che hanno reso il lavoro più difficile”.

“LE CORRENTI? NON COSÌ PERICOLOSE. POSSIBILE UN ERRORE UMANO”

Le domande virano poi naturalmente sull’idea che si sono fatti dell’incidente, cosa possa quindi, secondo degli esperti come loro, ad aver portato alla morte degli italiani. “Sono stati risucchiati?”, chiede un giornalista, rifacendosi all’ultima delle ipotesi discusse sui media. “Posso solo parlare per la nostra esperienza nella grotta- prova a rispondere il finlandese- possiamo dire che c’era un po’ di corrente quando ci siamo immersi, ma niente che potesse mettere in pericolo la vita dei sub”. Accortosi di aver parlato troppo si precipita subito a dire: “Possiamo discutere in generale del recupero, ma non i dettagli, c’è anche in corso un’inchiesta della polizia, non posso rispondere a tutte le domande”. I cronisti ci provano lo stesso: “Avrebbero dovuto avere un altro genere di attrezzatura?”. Prima Sami replica: “Sarà la polizia a rispondere”. Poi si lascia andare: “Potrebbe essere stato un errore umano, ma non posso rilasciare ulteriori commenti”.

“CON UN’ATTREZZATURA SBAGLIATA, TUTTO PIÙ DIFFICILE”

Poi Sami affida ai microfoni un pensiero rivolto ai familiari delle vittime: “Spero le famiglie possano avere pace ora che i loro cari sono tornati in superficie, che possano provvedere alla loro sepoltura e trovare una sorta di pace. Spero che siamo stati di aiuto”. I giornalisti allora virano su un altro sub del team, Patrik Grönqvist che va dritto al punto richiesto: “In una immersione l’attrezzatura è la cosa più importante, se si ha un’attrezzatura sbagliata, tutto è più difficile”.

(photo credit: Sami Paakkarines/Fb, Jenni Westerlund/ fb e Patrik Grönqvist/fb)
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